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Riflessioni sull'Arte

L'Aikido è un'arte marziale giapponese, un sistema di meditazione; il risultato ed il punto d'incontro di tutte le componenti di quel contesto culturale che partecipò, in principio alla vita di un'unica classe di uomini, quella dei guerrieri o " bushi ", ma che ben presto si estese per i suoi principi spirituali, etici e di utilità pratica ad un più vasto strato della popolazione giapponese plasmandone il carattere ed il sistema di vita.

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Arrivato in Occidente negli anni '50, l'Aikido si è presentato come una disciplina del tutto diversa dallo sport comunemente inteso.
Ricollegandosi direttamente al Bushido, vale a dire a quel complesso di forme tecniche, codice d'onore e cerimoniali dei guerrieri giapponesi, legato a precise concezioni etico-religiose, esso si è fatto portatore di tutta una serie di elementi formativi di carattere generale, relativi sia ad una più equilibrato rapporto con la propria fisicità, che a valori morali e spirituali che gli conferiscono una precisa funzione educativa individuale e sociale.
Tratto particolarmente significativo, è il fatto che nell'Aikido non vi sono gare, non c'è agonismo e questo in quanto esso è un arte, dove il fine è la conoscenza ed il miglioramento di sé stessi e non la vittoria sull'avversario. La differenza tra un'arte ed uno sport consiste nel fatto che l'arte ha per fine la vittoria su sé stessi, lo sport la vittoria sugli altri.
Si badi bene, non è che battere un avversario escluda un miglioramento di sé stessi e che, viceversa, un lavoro su sé stessi non contempli il vincere un avversario, è solo un fatto di prospettiva; mentre infatti vincere la gara impegna l'atleta in un lavoro di miglioramento delle proprie prestazioni e quindi questo miglioramento è indiretto, la strada attraverso la quale giungere alla vittoria, nell'Aikido è il tendere al conoscersi, al migliorarsi , che passa attraverso il confronto con un avversario, che oltretutto bisognerebbe non sentire come un nemico e che ha come effetto conseguente il vincere chi ci fronteggia.
Battere un primato, vincere sul piano fisico, nello sport è tutto, in Aikido non conta niente. La vittoria sarà solo apparente se non si è prima vinto in noi stessi, anzi il cercare la vittoria è già un segno di debolezza, il segno di un ego troppo forte, ancora lontano dalla conquista del se.

Thomas Merton, nell'introduzione al suo libro Lo Zen e gli uccelli rapaci, afferma :"sul luogo in cui si crede che vi sia, gli uccelli vengono per un po' a volteggiare. Ma presto volano altrove. Quando se ne sono andati, il nulla, il nessun corpo che era lì tutt'a un tratto appare. E' lo Zen. Era sempre stato lì ma gli insetti non lo avevano toccato perché non era il loro genere di preda ".
Sostituendo Aikido alla parola Zen, la citazione si adatterebbe perfettamente a delineare, in sintesi, la natura di questa disciplina che sfugge ad una ricerca teorica ed il suo significato strettamente pratico può solo essere intuito. Questa intuizione non è mai dialettica e qualsiasi tentativo di esprimerla a parole è oltremodo inadeguato. Essa può essere conseguita solo attraverso una pratica correttamente orientata.

OSenseiLa parola Aikido è composta da tre ideogrammi: "Ai", "Ki", "Do". Ai significa unione, armonia, amore. Armonia con le leggi della natura, con le leggi che regolano l'universo e l'uomo e nelle quali riecheggia il principio confuciano del " raddrizzamento dei nomi "(1): "Che il governante sia governante, che il ministro sia il ministro, che il padre sia padre, che il figlio sia figlio !" Ossia che ogni cosa sia al posto giusto, che lo spirito ed il corpo dell'uomo siano in perfertta unione ed in armonia con le leggi che li regolano. L'ideogramma Ki significa " energia vitale " ed è rappresentato da due segni sovrapposti: l'uno, il più basso, è il simbolo del riso ed in quanto tale significa energia fisica sotto specie di nutrimento; l'altro, superiore, è il simbolo del vapore acqueo e rende l'idea di qualcosa di etereo che tende in alto(2).
Quindi di un tipo particolare di energia: una forza che spinge in alto e che comincia il suo cammino come pura energia fisica, quella stessa energia che si ricava dal cibo assimilato giornalmente ma che non si arresta al puro sfogo fisico, e che nella concezione orientale sia taoista che buddista è conosciuta ed utilizzata attraverso apposite tecniche di respirazione e concentrazione.
Il terzo ideogramma, Do, si traduce con via; ma nella lingua giapponese, oltre a significare strada in senso stretto, è comunemente usato per indicare una " strada da percorrere nella vita ", ovvero una via di elevazione spirituale.
La parola Aikido, quindi nella sua intierezza, significa "via dell'armonia e dell'energia", ponendosi come via di realizzazione interiore allo stesso livello dello Yoga o di qualsivoglia altra scuola di ascesi.
aikido-kanji E' utile a questo punto esaminare una serie di aforismi dello stesso Maestro M.Ueshiba per cercare, attraverso le parole dirette dal fondatore, una comprensione più aderente all'arte. Dice Morihei Ueshiba :

"L'Aikido non è una tecnica per combattere contro un nemico o per difendersi da esso. E' il modo per riconciliare il mondo e fare degli esseri umani un'unica famiglia".

In questa frase il maestro Ueshiba esprime antichi concetti " shintoisti "," buddisti " e " confuciani " peraltro già presenti nella tradizione del budo. Egli cerca qui di mettere in evidenza l'aspetto di purificazione insito nel lavoro, l'uso di determinati esercizi che, se compiuto nel giusto atteggiamento, sono un metodo di coordinazione mentale e fisica; è questa una pratica atta a pacificare gradualmente i nostri conflitti interiori cominciando con il coordinare i movimenti del corpo con la volontà espressa dalla mente. Quando avremo pacificato noi stessi non avremo più nemici nemmeno all'esterno e saremo capaci di donare agli altri la nostra pace sentendo così il nostro prossimo non come un estraneo col quale combattere ma come un familiare con il quale collaborare in una dimensione di amore.
Continua il maestro Ueshiba:

"Il segreto dell'Aikido sta nell'armonizzarsi con l'universo, nel farsi "uno con" cioè parte dell'universo".

Dobbiamo imparare a vedere le cose attorno a noi, non sappiamo più osservare "la natura" né apprezzare la bellezza e la poesia di ciò che ci circonda, l'Aikido è una pratica che, derivata da una intelligente osservazione del mondo e delle leggi che lo governano, a queste si ricollega e ci riporta al punto che, quando abbiamo compreso la sua vera essenza, interiorizzandola ed applicandola nella pratica della vita, possiamo fare nostro il successivo aforisma:

"Colui che ha conquistato il segreto dell'Aikido ha l'universo!".

Dice ancora Morihei Ueshiba:

"Competere nelle tecniche, la vittoria e la sconfitta, non sono il vero Budo. Il vero Budo non conosce sconfitta; non essere sconfitti significa non combattere mai. Vincere significa vincere la volontà di discordia in noi stessi. Significa compiere la propria missione di dono".

Voler praticare l'Aikido come una gara, o peggio per prevaricare, è snaturarlo, significa non averne compresa l'essenza che è quella di essere anziché di avere. La sola vittoria che si deve ricercare è quella su sé stessi essendo, in realtà, ogni altra vittoria effimera perché relativa, perché, come dice il Budda, per ogni vincitore c'è un vinto nella polvere e, il vincitore di oggi, è lo sconfitto di domani.
Osserva sempre il maestro Ueshiba:

"Non è semplice teoria, è pratica. Tutto ciò che dobbiamo fare è mantenere costantemente questa Via. La Via significa essere uno con la volontà di Dio e praticarla. Se siamo anche in minima parte distaccati da essa, non è più la via".

E' tutto molto semplice, di una semplicità alla quale non siamo abituati. C'è una pratica, una via, non dobbiamo fare altro che percorrerla. Siamo entrati così nel semplicissimo e purissimo mondo dello Zen, sembra di vedere quel maestro che agli allievi avidi di sapere indicava la luna facendo loro notare che "il dito che indica la luna non è la luna", il fine non è la tecnica, la forza, e neppure l'armonia, il fine è diventare uno, perdere il proprio egoismo per ritrovarsi nel sé, in quel centro vuoto che informa di sé ogni cosa manifesta.
In questo aforisma si ritrova una singolare confluenza di Zen e di Taoismo, lo Zen per questa ricerca dell'unicità, il Taoismo perché nell'ultima frase si avverte quasi un'eco delle parole di Lao Tse per cui se siamo solo di un'inezia fuori della Via ne siamo irrimediabilmente fuori.


(1) Fung Yuhan - " Storia della filosofia cinese" - ed. Mondadori; pag. 36.
(2) J.Lavier - L'agopuntura cinese - ed.Mediterranee - pag. 50 e seguenti.